IL GIORNO CHE SONO DIVENTATO GRANDE


 

Non so bene come mi fosse venuto quel desiderio irresistibile di andare a pescare. 
Nella mia famiglia non c’erano pescatori. Né mio papà, tutto scuola storia catechismo e comune. Né mio fratello più grande, sempre a giocare a pallone. 
E nemmeno i nonni, di qua e di là dall’Oglio. 
Al nonno Gino gli piaceva andare a funghi. Il nonno Michele andava a vedere la Pro. 
Niente pescatori.
Anzi sì, adesso che ci penso, uno c’era. 
Lo zio Aldo. 
E adesso mi ricordo perché volevo andare a pescare. 
Erano i mulinelli di mio zio Aldo. 
Abitavamo nella stessa casa in via Rimembranze, io setto o otto anni. 
Ogni tanto lo vedevo che provava i mulinelli. 
Quella roba che giravi una manovella a una velocità e il mulinello girava il doppio mi ipnotizzava. 
Fammi provare zio. 
Si ma stai attento che si ingarbuglia il filo.
Zio mi si è ingarbugliato il filo.
Poi era anche quella scatola verde a scomparti in cui c’erano dentro cose fantastiche.
Per esempio i cucchiaini. A forma di oliva e a forma di pesce. 
E anche i galleggianti. Lunghi e affilati.
O panciuti, bianchi e rossi.
Ah, c’erano anche gli ami. 
Piccolissimi, che non riuscivo a capire come faceva lo zio Aldo a farci dei nodi.
E i piombi? 
Piombini piccolissimi, col buco in mezzo, e anche grossi, cosa avrei dato per averli.
A cosa servono? 
Per pescare a fondo. 
E anche questi campanelli qui, guarda. 
I pesci sul fondo quando abboccano fanno suonare i campanelli.
Le canne meno. Forse perché erano sempre smontate. 
Certo, c’era il puntalino verdino che si piegava tantissimo. 
E il manico di sughero. 
Un po’ mi piacevano anche le canne. 
Mi attiravano anche le racchette da tennis dello zio Aldo.
Ma questo è un altro racconto, che scriverò prima o poi.
Qualche volta mi portava a pescare. 
Ai prati d’Oglio, per esempio. 
Lui era bravo a prendere le scardole. 
Pesci larghi, tipo sogliole ma di fiume. 
Andava lì, in un posto di rovi e di ragni, e il fiume pieno di ranina.
E prendeva le scardole. Ma belle grosse. 
Me lo ricordo perché poi sono andato lì non so quante volte, ma non ne ho mai presa neanche una. 
Lo zio aveva una tecnica per le scardole, ma non me l’ha insegnata.
Poi c’erano i pescatori sul lungo Oglio. 
Guarda, guarda le nöne. 
Non le vedo. 
Ma dai, sono grosse, guarda bene. 
Poi a un certo punto le ho viste. 
Le nöne erano i cavedani più grossi dell’Oglio. 
I cavedani che da piccoli si chiamano buschinecc poi da grandi caicì e da vecchi nöne. 
E stavano lì, lungo Oglio altezza Bar Acli.
Tutti i pescatori volevano prenderli, ma era difficilissimo. 
Ogni tanto succedeva che uno abboccava, allora tutti arrivavano a vedere.
Spesso il pesce scappava, ma qualche volta dopo mezz’ora di tira e molla veniva preso.
Andavano con un retino giù sotto il ponte e prendevano la nöna ormai stanca. 
Anche due o tre chili. 
Mi sembrava incredibile un pesce così grande.
Occhi spalancati e la bocca aperta.
Sera lo boca, gnaro. 
Qualcuno allora raccontava di pesci di venti chili. 
Una volta mi sono sognato un pesce così grande che andava dal ponte fino alla Rosta. 
Mi sono svegliato tutto sudato per la paura.
Quindi ho cominciato a pescare. 
Per un mucchio di tempo non ho preso niente.
I pesci erano troppo furbi per un ragazzino imbranato come me, con nessuno che mi dava dei veri consigli.
Quello che sapevo l’avevo sentito dire lì, sul lungo Oglio.
Gli ami del 20. Il filo dello 0.10. 
I cagnotti da infilzare negli occhi. 
Che poi non erano nemmeno occhi.
Poi ho iniziato a prendere le oe, i vairù, i pesci piccoli. 
Mai preso un barbo, una trota, un cavedano. 
Però una volta ho preso un pesce grosso. L’ho preso. 
Un luccio.
I lucci a un certo punto avevo imparato a riconoscerli. 
Perché stavano fermi. 
Dopo un po’ li distinguevi dal fondo. 
E li vedevi scattare, d’improvviso, lasciando dietro un po’ di fango.
Zac. Fulminei. Uno spettacolo.
Lucci, luccetti. Sul lungo Oglio, alla laga, ai prati, anche nei canali.
Cercavo i lucci, ma mi facevano anche un po’ di paura.
Hanno i denti come gli squali, dicevano. 
A uno gli hanno staccato un dito. 
E poi una volta ne ho visto uno, gli hanno aperto la bocca.
Piena di denti.
Così, era un pomeriggio di quelli in cui io non sapevo cosa fare. 
Non sapevo quasi mai cosa fare.
Leggevo quello che trovavo in casa, facevo i compiti, sentivo i dischi dei grandi compositori, qualche volta suonavo la fisarmonica. 
Mio fratello usciva vestito da pallone, ma me non mi prendeva perché non ero capace. 
Va beh, anche questo è un racconto da scrivere.
Insomma, con qualche lira risparmiata sulla mancia del nonno Michele ero andato da Poni e avevo comprato:
una scatola verde a scomparti
dei piombini
due galleggianti
degli ami
il filo
una scatola per i cagnotti, che mi avevano detto di metterli in frigo e mia mamma non voleva.
Gil ti ho detto di non mettere i vermi nel frigo! E se escono? 
Allora li nascondevo nel cassetto, dietro la patate e le zucchine.
La scatola era chiusa bene, era rotonda e aveva i buchi per farli respirare. 
Una volta si è aperta e sono andati tutti in giro. 
Dà un fastidio quando quello che dicono le mamme succede davvero.
Poni era un’altra delle ragioni per cui volevo andare a pescare. 
Nel negozio lì alla Madonnina c’era ogni ben di dio.
Galleggianti. Ami. Piombi. Mulinelli. Puntalini. Fionde per pasturare. Tutta roba meravigliosa. 
Una volta che avevo risparmiato tanto ho preso un cucchiaino.
Grande. Che non girava come gli altri, ma si muoveva di qui e di là.
Era metà rosso e metà argento. 
Con un’ancorina a tre punte sul fondo. 
Che già a toccarlo metteva paura.
Io come si è già capito ero un disastro. 
Una volta ho tentato di lanciare e mi sono preso con l’amo la maglietta da dietro. 
Non parliamo delle ‘ngarbiade. 
Di quante volte ho taccato giù. 
Perdendo amo, filo, piombi, galleggiante. 
E fiducia in me stesso.
Quel giorno ero andato nel posto segreto dello zio Aldo di scardole. 
C’era nuvolo, prima del temporale.
Guardavo il galleggiante rosso che faceva gli anelli, ma niente. 
E tutto intorno, sui rovi, c’erano dei ragni gialli e neri che mi facevano paura. 
Fermi lì, in mezzo alle ragnatele, che sembravano dei lucci pronti a scattare. 
Ma avevo comprato quel cucchiaino, ed era lì, nella scatola.
E allora ho deciso di usarlo. 
L’ho legato al filo, e ho lanciato. 
Siccome era pesante è andato lontano, quasi a metà fiume. 
Dove c’era pieno di ranina. 
Io l’ho lasciato andare un po’ a fondo, perché mi avevano detto così. 
E poi ho cominciato a recuperare il filo. 
Ah, la canna, se non ve l’ho ancora detto, me ne aveva data una lo zio Aldo.
Sto girando la manovella del mulinello, piano ma regolare.
E a un certo punto tac, si blocca d’improvviso. 
Uno strappo forte.
Ho attaccato giù. 
Allora non avevo nel cervello tutte le parolacce che mi verrebbero in mente adesso.
Ma di certo mi è venuto il nervoso. 
Non avevo preso niente. Stava per venire il temporale. La bicicletta era lontana. 
E io dovevo stare lì a cercare di liberare il mio bellissimo cucchiaino nuovo dalla ranina.
Tiro, tiro, e pian piano viene.
Però è strano. 
Come se venisse su anche della ranina insieme. 
Una roba pesante e faticosa. Che sembrava si muovesse.
Tanto per dire che pescatore che ero, non l’avevo nemmeno capito. 
Arrivato a riva, vedo la sagoma scura. 
C’è un pesce. 
Mi sono spaventato. Mai visto una cosa così grande. 
Avevo i brividi, il pesce era attaccato, sbatteva un po’, non avevo il retino, non sapevo cosa fare.
Lo tiro appena appena fuori dall’acqua. 
Un luccio. 
Non ci credo. Un luccio enorme. 
Enormissimo.
Eccomi lì, un ragazzino con una maglietta a strisce e le braghe corte, solo, stranito, davanti a un fiume scuro con riflessi i nuvoloni neri. Un ragazzino con una faccia strana, gli occhi un po’ cinesi, il naso a patatina, impalato davanti a un luccio che pende da un filo. 
Che tenerezza che mi fa.
Metà terrorizzato dal luccio, metà esaltato, lo tiro a riva e lo calo lì, sul prato. 
Sbatte. 
Non ho il coraggio di staccarlo dal cucchiaino. 
Sto lì un po’, senza saper cosa fare mentre inizia a piovere. 
Ma devo andare. 
Alzo la canna, lascio penzolare il pesce e mi incammino.
Per fortuna un pescatore dopo mi vede 
Ah che bel los! Brao! 
Ride ma poi mi aiuta a staccarlo. 
Non ci sta nel cestino piccolissimo che avevo per le oe.
Lo avvolgo in uno straccio.
Vado a casa in bici, con il mio trofeo. 
Mi sembra che tutti mi guardino. 
Magari qualcuno di voi mi ha visto mentre passavo col luccio, davanti all’oratorio, a Mura o in piazzale dei marinai. 
Incontro il Lino, che abitava dietro casa mia, che mi prende in giro perché ho paura del luccio. 
Allora lo prendo in mano, con molta cautela. 
E qualcuno mi fa una foto.
Sono andato ancora per un po’ a pescare
Mi sono specializzato in lucci e persici. 
Mai più preso uno così grosso, col primo lancio e il primo cucchiaino della mia vita. 
Ma quel giorno me lo ricorderò sempre. 
Perché c’è questa foto.
Perché ho in mente ancora il momento in cui pensavo di aver attaccato giù, e invece era il luccio. 
E l’ho tirato a riva, e siamo stati lì mezz’ora, io e lui, soli, a guardarci.
Mentre lui moriva, e io crescevo.
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Dedicato allo zio Aldo - Giugno 2017

(Angelo Ghidotti)